giovedì 21 maggio 2015

Le tempistiche sono sempre molto approssimative per me. Così come il concetto più generale di tempo (e memoria). E' dal 10 Dicembre 2014 che prometto di spendere due osservazioni sensate sul finale di Sons of Anarchy che mi ha letteralmente strappato il cuore (come del resto tutta la serie, non solo l'ultima stagione) ma ecco... a distanza di mesi. Davvero cosa vuoi dirgli? E' il finale giusto. Perfetto. Non sarebbe stato corretto nessun altro finale e per una serie tv che ha fatto del politically incorrect il suo credo non sarebbe potuto andare diversamente. Il cerchio si chiude, si chiude in maniera esatta.

Sarà la stessa cosa per quanto riguarda Mad Men. Mi ci vorrà tempo per spendere due parole sensate su una serie tv che sento ancora così vicina. E' ancora così fresca quella meraviglia di ultima puntata. Mad Men poi è cresciuta con me, l'ho iniziata proprio nel 2007/2008 quasi in concomitanza con gli USA. Ho amato Mad Men come ben poche altre serie. Sarà anche semi-deformazione professionale, sarà l'ambientazione, saranno i personaggi ma soprattutto sarà stata la scrittura. Non c'è serie tv che tenga, la scrittura di Mad Men secondo me resterà irraggiungibile per un bel pezzo, spero di sbagliarmi. 


Dove per Sons of Anarchy sono state incazzature rabbiose (Ciao Tara, non mi manchi nemmeno un po'), innamoramenti puri (Ciao Gemma, io ti voglio ancora bene dal profondo del cuore, sweetheart), personaggi che mancano tantissimo (Ciao Opie), Mad Men è stato puro fascino (Ciao Don, rimarrai una delle mie personalità preferite di sempre), donne da da urlo, così fragili e così complesse (Ciao Joan e Betty, ciao bellezze) e personaggi che c'ho messo 7 stagioni per capire fino in fondo, per sentirmi più vicino a loro (Ciao Peggy, ammetto che nell'ultima puntata mi hai commossa pure tu). Due serie che non potrebbero essere state più diverse ma una cosa in comune ce l'hanno, una pura e devota ammirazione totale per le menti dietro a questi due capolavori (Kurt Sutter e Matthew Weiner, perché sono troppo vecchia per fangirlare altrimenti metterei i vostri poster in camera).


Gli ultimi mesi ci hanno regalato due finali come questi (SE NON AVETE VISTO LE DUE SERIE TV NON VEDETE I VIDEO QUI SOTTO OVVIAMENTE, SPOILER SPOILER SPOILER!) e a chi mi chiede "Cosa ci trovi di bello nel perdere tempo a vedere le serie tv?" la mia risposta d'ora in poi sarà questa. 


 

mercoledì 18 marzo 2015

L'ora tarda di certo non aiuta nel formare pensieri di senso compiuto ma magari per una volta riesco ad essere breve e "di sostanza". Perché alle elementari lo dicevano sempre a mia mamma "Le cose le sa ma non le esprime direttamente, le spiega in un modo tutto suo". Con l'età sono diventata forse troppo diretta ma io e il dono della sintesi non abbiamo ancora fatto conoscenza. 

Detto questo sono appena tornata dalla visione di Cenerentola ed ecco. Io forse un po' bambina lo sono stata, non so in quale ricordo, non so in quale periodo ma Cenerentola resta la mia fiaba preferita di sempre. Fiaba, lo dice la parola, non c'è niente di reale e non si pretende nulla di simile ma Cenerentola, lo confesso pubblicamente, è il mio lato romantico. Insomma, il film mi è piaciuto molto. Belli gli effetti visivi, Lily James ha questo visino da ragazza per bene, gentile e coraggiosa (cit.) che non puoi augurarle niente di male. Il tizio, Robb Stark de Il Trono di Spade, non mi ha fatto sobbalzare sulla sedia ma ha portato a casa discretamente il suo ruolo. Un ruolo che comunque sia gli garantirà notevole visibilità. La fiaba la conoscono anche i bambini di 3 anni (anzi no, forse conoscono solo Frozen) e la sua bellezza incantata rimane sempre immutata (per fortuna). 



La Disney quando s'impegna un minimo sa produrre ancora film d'animazione di tutto rispetto e ci mancherebbe, viene quasi da dire. Lo confesso, non sono una fangirl estrema di Cate Blanchett che trovo sempre adorabile sul red carpet o per lo meno è una delle poche attrici di buon gusto, ma nel ruolo di Lady Tremaine l'ho trovata assolutamente calibrata. Non tanto perché fa paura, ma perché suscita quel senso di timore classico di una matrigna come te l'aspetti in una fase più matura della vita. La matrigna immaginata in Cenerentola, quando hai 5 anni, è una matrigna cattiva platealmente, cattiva in ogni singolo centimetro di pelle, te la immagini come la strega di Biancaneve. Invece la matrigna di Cenerentola è talmente subdola e al contempo intelligente, nella sua totale mancanza di umanità, che impaurisce forse ancor di più. Perché si sa, le acque chete fanno sempre più paura. 

Detto questo, un adattamento che personalmente ho molto apprezzato. Nulla da sbellicarsi in applausi scroscianti per i prossimi mesi ma una visione piacevole, una visione idilliaca. Ogni tanto è bello sognare, anche se non si ha più 5 anni. 




Capitolo 2 dedicato al ritorno (già terminato perché sono sempre sul pezzo, of course) di Banshee. In 3 parole: Banshee è una serie tv trasmessa dalla sorellina di HBO, Cinemax. Al pilot Banshee ti sembra un'emerita stronzata. Ma è piacevole. Non capisci bene per quale motivo ma te lo guardi con gusto. Il segreto di Banshee è sempre stato quello che ti incolla in qualche modo allo schermo, ti annoia forse leggermente a tratti nella prima parte, quando vogliono introdurre storie facendo finta di essere una serie tv "seria". Insomma, ridendo e scherzando siamo giunti alla fine della 3a stagione e io a Banshee non avrei dato due lire invece la terza stagione è stata una delle mie visioni telefilmiche più amate e attese di questi ultimi mesi. 

Solitamente le serie tv dopo la prima stagione calano. E' inevitabile che sia così, lo so è doloroso ma sempre sarà così purtroppo. Banshee fa esattamente il contrario. La prima stagione, a memoria, non è nulla di che. C'è la faccia da schiaffi di Antony Starr (Lucas Hood) che si accoppia con qualsiasi entità non ben specificata. C'è Ivana Milicevic che se non fosse così simpatica in Twitter forse la si odierebbe fin da subito. Si vede più che altro come guilty pleasure. Perché finalmente si intravede qualcosa che le serie tv non sanno più regalare facilmente: buona azione, un sacco di WTF sani, puro divertimento senza bisogno di utilizzare troppo il cervello per collegare tutti i fili in sospeso. 

Banshee è iniziata così ma nel corso delle stagioni ha saputo creare una trama. Oddio, non ci si aspetterà mai la trama della madonna alla House of Cards o True Detective ma tutti i tasselli ritornano al proprio posto. Ci sono state puntate di Banshee della terza stagione veramente belle, goduriose (che non credo sia un termine esistente ma passatemelo...). Banshee non è consigliato a chi necessita sempre di una spiegazione per tutto, non è consigliato a chi vuole trovare per forza profondità in una serie tv. Badate bene, non è una comedy ma i combattimenti WTF di Banshee mi hanno regalato le più belle risate della stagione telefilmica. E io vi sfido tutti a non scappare in un altro pianeta se davanti vi trovate uno come Chayton Littlestone. 

L'altro aspetto che ha fatto di Banshee un crescendo inaspettato sono i personaggi. Probabilmente sono l'unica sulla terra, a parte i maschietti che sono piacevolmente attratti per altro, mi sa tanto, ad apprezzare il personaggio di Rebecca, interpretata da Lili Simmons. Lei è un po' la rappresentazione di cos'è Banshee. Un personaggio che si è creato dal niente, un personaggio certamente non positivo ma neanche negativo. Eppure Rebecca non è neutra. Non può essere neutra. Non le è permesso essere neutra. Si muove per convenienza? Vuole emulare il potere del zietto Kai Proctor? Cosa ha continuamente in mente Rebecca mentre spara a sangue freddo con vertiginosi tacchi a spillo e candido vestitino bianco? Ecco, questo è Banshee



martedì 3 febbraio 2015

Da bambini non ci si interroga spesso sul senso dell'amicizia, sul come mai delle persone si trovino bene insieme e abbiano in qualche modo, in qualunque modo, bisogno una dell'altra. Si sa che è così, punto e basta. Con il crescere degli anni forse si capisce qualcosina in più o forse semplicemente s'inizia a fare (e farsi) troppe domande. Qual è il collante dell'amicizia? Cosa lega in realtà due persone? In quest'ultimi anni posso dire di aver capito che ciò che mantiene solida un'amicizia, almeno per quanto mi riguarda, è la condivisione. La condivisione di storie, la condivisione di impressioni, la condivisione di emozioni, di sogni, di paure. La condivisione di qualcosa che, a distanza degli anni, si ricorderà. 
Xavier Dolan non è una mia scoperta. Un giorno, di qualche anno fa, un'amica ha estratto dal cilindro il nome di questo giovane regista alquanto sconosciuto alla stragrande della popolazione mondiale, me compresa, (ma da lei ben conosciuto) e il cinema canadese non è più stato lo stesso. Oppure oso dire il cinema non è stato più lo stesso? La filmografia di Xavier Dolan si recupera voracemente (e velocemente) ma ogni film è un pugno nello stomaco o in alternativa un cazzotto sui denti quindi certamente dopo una giornata a recuperarsi la filmografia di Xavier, la depressione è dietro l'angolo. Vale sempre la regola delle piccole dosi. Sarà stato quel senso di empatia che si prova spesso nel vedere una persona emozionarsi, sentirsi trascinata da qualcosa, sarà che Xavier Dolan davvero è un personaggione, ma ogni suo film ha un perché. Merita quanto meno di essere visto. Merita di scoprire e approfondire la sua visione, il mondo creato attorno ad una storia, consapevoli di assistere ad una visione che certamente sarà particolare.

Il segreto di apprezzare un regista difficile e unico (posso dire unico sulla scena mondiale, sì?!) come Dolan è quello di prenderlo a piccole dosi. Ah, la prima e unica regola per non sentirsi in debito con la propria coscienza è quello di non guardare l'età del regista. 5 film a 25 anni. No ma va tutto bene eh, è lui fuori norma, fuori schema, l'autoconvinzione è sempre la via d'uscita. 
J'ai tué ma mère vede Xavier praticamente fare tutto, dallo sceneggiatore al regista fino ad essere l'attore protagonista del film ma attenzione ai due nomi che compaiono nel cast: Anne Dorval e Suzanne Clément. In questo film s'inizia ad intravedere molto del mondo di Xavier Dolan che ha lui stesso ammesso essere pesantemente presente in J'ai tué ma mère. Non è un film perfetto ma sfido qualsiasi persona a scrivere il film della vita a 16 anni. E' un dramma allo stato puro, una ricerca di se stessi, della propria identità, dell'assenza della figura paterna e di una madre che risulta essere l'unica figura importante, l'unica figura esistente. L'unico punto di riferimento, sia esso giusto o sbagliato.

Les amours imaginaires affronta un tema scomodo, un tema scottante come quello di due amici che s'innamorano della stessa persona. Xavier Dolan naturalmente è presente nel film anche come attore, così come la sua attrice del cuore Anne Dorval. Da molti criticato perché "Ma non è "Jules e Jim"!" a me verrebbe da dire che Dolan non ha mai detto di volerne fare la copia. Les amours imaginaires assieme a Laurence è forse il film più intimo di Xavier. Senti le paure, il desiderio, i sentimenti che non si riescono a controllare. E li senti lì, che trapelano dallo schermo. 

Laurence Anyways è visivamente un film stupendo. Inutile dire che l'ho amato alla follia e anche qui è presente un'altra delle attrici del cuore di Dolan, Suzanne Clément. Laurence Anyways indaga la scelta di una persona di cambiare sesso e soprattutto quanto questo influenza gli altri e l'ambiente circostante, in particolar modo la ragazza di Laurence che cerca di stargli(le) vicino ma non sarà così facile come si può pensare all'inizio. 
Tom à la ferme è il film che ho fatto più fatica ad amare di Xavier. Stupendo come solito lui (anche biondo), interessante il clima di tensione che c'è per tutto il film, quel senso di mancamento, di macabro, di un colpo di scena pronto ad esplodere. Insomma, Xavier Dolan è uno che non ha mai avuto paura di dire la sua, di mettere in scena (e mettersi in scena soprattutto) in ruoli difficili, socialmente scomodi. Lo si percepisce in ogni suo film, sin dagli esordi, ma lo si comprende del tutto, forse, solo in Mommy.

Di Mommy, al contrario di tutti gli altri film di Dolan, hanno parlato tutti. Cani e porci e pure pulcini. C'è stato un momento dove avrei voluto andare in giro con un cartello "Guardate che Xavier Dolan è sempre stato bravo, lo è da almeno 5 anni non è propriamente nato cinematograficamente con Mommy" ma tant'é. Mommy per me ha rappresentato il senso dell'amicizia, non solo perché ho letteralmente trascinato un amico al cinema, del tutto ignaro di chi fosse Xavier Dolan, ma perché tutto Dolan per me rappresenta l'amicizia. (Ora si capisce l'introduzione, vero?). L'arte è bella se condivisa? Probabilmente sì, probabilmente acquista un senso nuovo e diverso, rappresenta un legame. E poi imparare a conoscere il mondo di Xavier Dolan è sempre una gran esperienza extrasensoriale. 

Di Mommy si è già detto tutto. E' un film mostruoso, è un film che non ti lascia respirare. Ci sono scene non necessarie, scene che si sarebbero potute svolgere diversamente ma la potenza visiva di Mommy è unica. La forza delle immagini e il carico emotivo di alcune scene (Vivo per lei; la prima cena con Die, Kyla e Steve; la corsa di Steve per strada, giusto per citarne alcune...). La senti nello stomaco la voglia di vivere intensamente di Steve, Antoine Olivier Pilon, scoperto da Xavier durante le riprese di College Boy, videoclip degli Indochine. La senti nella testa la mancanza di equilibrio di Steve ma in generale di tutti i personaggi presenti nel film. Lo senti nelle ossa  il senso di perdita, perché i personaggi di Xavier Dolan non sono mai dei vincitori. 

Per il film dell'affermazione Xavier Dolan non si dimentica delle sue due donne: Anne Dorval e Suzanne Clément. La prima magnifica nella rappresentazione di Die, la madre di Steve che si trova a dover gestire un adolescente in grado di passare in un attimo dalla simpatia contagiosa fino a diventare, l'attimo dopo, pericoloso per sé e per gli altri. Suzanne Clément invece ha un ruolo scomodo e al contempo interessante: quello della vicina che impara a conoscere un mondo per lei del tutto nuovo, un mondo composto da Die e Steve. 

Xavier Dolan regala un film che fa riflettere, forse troppo. Non si esce dalla sala con lo stesso carico emotivo di quando si è entrati; si superano i gradini verso l'uscita del cinema con un senso di pesantezza addosso e un dolore viscerale. Perché scegliere non è mai facile. 
Ci sarebbe tanto da dire, dal formato 1:1 che entra dentro i personaggi senza lasciare spazio a dettagli superflui, che dona profondità agli attori e alla storia stessa, passando alla famigerata legge S-14. Xavier Dolan indaga nuovamente il rapporto fra madre e figlio da un'angolazione diversa rispetto al passato. Xavier Dolan racconta una scelta, senza avere minimamente la presunzione di esprimere un giudizio. Voi, al posto di Die cosa avreste fatto? Sembra essere questa la domanda che compare nell'ultima inquadratura di Mommy.  Un quesito che va oltre il film, va oltre la capacità di Xavier Dolan di mettere in scena storie problematiche.

Ormai è certo, di Xavier Dolan se ne sentirà parlare ancora, ancora e ancora. C'è già nell'aria il progetto con Jessica Chastain, la scelta di attori più internazionali, della lingua inglese, di una ovvia apertura ad un mercato più ampio.... eppure quel senso indie e finemente hipster (sì dai si può dire hipster) di Xavier Dolan manca già.

"Siamo in un mondo senza speranza, ma pieno di persone che sperano". 



domenica 25 gennaio 2015

Una settimana stranamente ricca di visioni cinematografiche (e non sempre e solo telefilmiche) anche se per la mia nuova cotta seriale del momento vanno spese due parole: Mozart in the Jungle. Recuperatelo tutti, tutto, sono 10 puntate da una ventina di minuti ciascuna. Merita tantissimo e Amazon ancora una volta ha fatto centro. E Gael García Bernal è di una goliardia davvero divertente. E' perfetto nel ruolo del Maestro, è trascinante. Saranno 20 minuti ben spesi, lo prometto.

Ma passiamo ai film visti... Sto cercando di fare i compiti a casa ed arrivare preparata agli Oscar, almeno per un anno. Sono aperte le scommesse se mai riuscirò a recuperare tutto entro il fatidico 22 Febbraio.


BIRDMAN

Non sono una fan di Alejandro González Iñárritu. Ho visto giusto Babel e 21 Grammi, che all'epoca ricordo mi aveva gasato parecchio ma non è di certo uno dei miei registi del cuore. Beh, dopo Birdman lo potrebbe tranquillamente diventare. Il cast della madonna quale Michael Keaton, Emma Stone, Edward Norton, Naomi Watts conta ben poco. Siamo abituati a filmoni con un cast stellare sulla carta che crollano miseramente durante la visione del film (American Hustle, ti ricordo ancora bene purtroppo). La miglior qualità di Birdman è una idea sottostante a dir poco geniale e una trama articolata senza risultare però eccessivamente complessa. E' facile seguire Birdman nei suoi dialoghi, nella sua regia sublime. Si rimane incollati allo schermo e viene solo voglia di applaudire per lunghi minuti a scena aperta. Ho adorato alla follia i dialoghi di Birdman.

Ieri durante la visione ero talmente immersa nel film che ho anche confuso, su Twitter, Emma Stone con Emma Watson ma nella mia mente la Stone era davvero molto chiara e la Watson, ahimè, non c'entrava nulla. Interpretazione sofferta, emotiva, sorprendente della Stone. Emma la seguo con interesse ma anche per lei, come per Iñárritu, non ho mai pensato di vendere i parenti. Dopo questo film ci potrei seriamente pensare. Adorabile anche il suo look e quegli occhioni enormi (ma ha sempre avuto occhi così grandi la Stone?).... Infine, che Michael Keaton ed Edward Norton fossero degli ottimi attori non ci sono mai stati dubbi ma in Birdman tutto viene esaltato alla massima potenza. Soprattutto nella parte finale del film. Soprattutto nelle scene finali. Ho letto che molti non hanno approvato il finale che ovviamente non svelo perché è una delle parti migliori del film (IMHO), ma ecco. Quale altro finale poteva risultare così giusto? Così in linea con lo spirito del film? Secondo me nessuno. Il finale perfetto per la pellicola.

Per curiosità ha googlato i giudizi da parte delle grandi testate cinematografiche (o presunte tali) su Birdman... 3 stellette, 3 e mezzo e sono piuttosto rimasta basita. O io ho visto un altro film o non ci siamo. Non voglio svelare troppo del film, non voglio addentrarmi in un'analisi psicologica anche perché in realtà mi sembrerebbe quasi di sporcarlo, di aggiungere parole dove non c'è necessità. Basti dire che Birdman è un film attuale, psicologico, introspettivo, dove i legami, il teatro e il potere pericoloso dei social network si legano profondamente. Ho amato quei piani sequenza ripetuti, la colonna sonora minimale nel suo particolare jazz, il viaggio nella mente dell'attore, all'interno delle ossessioni, delle manie e soprattutto delle paure. Perché alla fine, anche dopo uno spettacolo, anche dopo la fama, il senso di solitudine non ti abbandona mai. Quanto contiamo in realtà per gli altri? Quanto contiamo per noi stessi? Farsi queste domande fa paura, fa molta paura. E' un film sperimentale, innovativo, intimista, che non ha timore di mettere in luce le debolezze e le contraddizioni dell'essere umano ma anzi, sono questi i punti solidi e forti del film.

Siamo solo a fine Gennaio e non si può parlare di film dell'anno ma per me, almeno per ora, lo è. Voto: 9.



THE IMITATION GAME

Passiamo invece alle delusioni (mezza delusione) della settimana. The Imitation Game me lo aspettavo davvero molto meglio. Forse sono partita super motivata verso Benedict Cumberbatch e particolarmente positiva verso i film biografici (visto l'innamoramento attuale per La Teoria del Tutto). Perché The Imitation Game non ha funzionato? Bella domanda a cui mi piacerebbe avere una risposta... mi è sembrato un buon compitino portato a casa e nulla di più. Ho apprezzato molto il rispetto della pellicola per Alan Turing, ho amato il modo in cui Benedict lo ha interpretato, ho adorato il fatto di non indagare maggiormente sugli aspetti dell'omosessualità e della morte. L'ho trovato un film profondamente rispettoso della figura di Turing. Delicato. 

Detto questo però la pellicola non mi ha emozionata, neanche per un minuto. Complice anche forse l'antipatia verso Keira Knightley che, secondo me, non è stata per niente capace di portare sulla scena Joan. Joan è un personaggio chiave, nel film non si è avvertito ciò. Si avvertiva con tanta immaginazione, caricando la performance della Keira e immaginando un modo migliore di portare in scena Joan ma questo non basta. Non mi emozionava il suo cercare di capire un personaggio come Alan, non mi emozionava il suo modo di rapportarsi con Turing. Un film salvato dall'ottima prova di Benedict, che si è rivelato ancora una volta superbo, ma pretendevo lacrime che sgorgavano come fontanelle e invece non ci sono state... Peccato. Un vero peccato. Voto: 6.



AMERICAN SNIPER 

Ultimamente ho trovato un nuovo passatempo preferito. Quando qualcosa non mi va a genio la frase perfetta è: "E' quasi brutto come American Sniper". Insomma le 6 nomination agli Oscar sono un insulto e su questo non si discute. Se The Imitation Game non raggiunge i risultati sperati ma comunque è una pellicola di tutto rispetto American Sniper davvero, non lo è. Non ci si avvicina neanche, con tanta immaginazione. Siamo al 3° biopic visto e stiamo andando sempre peggio, non oso pensare a cosa mi attenderà per Big Eyes.

Le prime decine di minuti si passano a capire cosa abbia di strano Bradley Cooper... è senza barba! Poi fortunatamente la barba cresce e tutto è più rassicurante. A parte questa nota di dubbio conto, altra nota di dubbio interesse... Sienna Miller perché non sei bionda? Insomma, se non sapete già che nel film c'è Sienna Miller con un ruolo da co-protagonista, ecco non la riconoscerete mai. Sienna generalmente mi è simpatica a pelle, la trovo sempre carina e a modo. Qui sembra sia una cagna maledetta e ti viene voglia di prenderla per i bruni capelli e attaccarla al lampadario del soggiorno. Anche qui, come con Bradley, non si ottiene il risultato sperato e già non ci siamo.

Sulla parte della guerra e dell'addestramento non spendo parole. Non sono afferrata sui film di guerra quindi non sono in grado di dire se è stata messa in campo bene o male, in modo delicato o sofferto. Sta di fatto che mentre vedevo American Sniper ho giusto fatto quelle 200 cose rimaste in sospeso nel corso della settimana. Dopo aver identificato Bradley Cooper con la barba e Sienna Miller bruna, il tutto è stato una noia profonda. Mi dispiace veramente per Clint che generalmente porta in scena film intelligenti ma American Sniper, oltre ad essere recitato maluccio, è incongruente, è noioso, è così patriottico da risultare aberrante. Fra l'altro povero Clint, manco una nomination agli Oscar. Sei nomination praticamente inutili (e totalmente insensate) e lui neanche una povera nomination (che non avrebbe mai vinto ma almeno sarebbe stata una magra consolazione). 

Voglio spendere due righe sul bambolotto comprato a costo 2 euro dai cinesi. Come si vede dalla gif (ed è palese nel film!), Bradley si coccola vistosamente un bambolotto finto, fintissimo. Ora, va bene tutto, va bene il budget, va bene i bambini finti così non sono da cambiare, non piangono e non creano problemi ma seriously?! Per un film candidato all'Oscar mi mettete un bambolotto finto che più finto non si può? Non so se ridere, incazzarmi o piangere disperata. 

Cosa mi è piaciuto del film? Cosa salvo? Niente. Davvero niente. Come l'eroe americano è stato esaltato non mi è piaciuto per nulla, patriottico in maniera sbagliata, un film che non ha né capo né coda, che ha perso qualsiasi inizio e fine, non c'è un filo narrativo, non c'è una rilettura interessante e intensa del personaggio di Chris Kyle. Da una parte, viene da dire, meno male che il vero Chris Kyle si è potuto risparmiare questo scempio. Rivoglio 2 ore e 14 minuti. 




 


domenica 18 gennaio 2015


Questo 2015 è nato con almeno due propositi: vedere più film e leggere più libri. Siamo solo al 18 Gennaio quindi non si può dire già di essere a buon punto ma... se le sorprese sono così inaspettate e piacevoli come La Teoria del Tutto e Cercando Alaska... beh allora vale il prezzo del biglietto impegnarmi di più sul fronte film e libri.

The Theory of Everything - La Teoria del Tutto

Non sono una che tiene particolarmente ai titoli originali ma adoro il suono del titolo del film in inglese: The Theory of Everything, tutto suona così immenso, così maestoso. La trama la risparmio perché come sempre esiste Wikipedia. Sono entrata in sala del tutto naif sull'argomento. Sapevo solo a grandi linee chi sia e cosa abbia fatto Stephen Hawking e niente di più. Il film mi ha sorpresa a 360° gradi. Emozionante, toccante, profondo.  

The Theory of Everything è la storia (o meglio parte della storia) di un genio brillante e coraggioso. Un film che sfiora diversi temi fondamentali della vita: l'amore, la malattia, la morte eppure non si addentra nello specifico in una tematica ma si muove sottile fra la mente e la voglia di scoperta di Stephen Hawking e un po' ci si innamora delle sue teorie. Del suo bisogno di cercare un'unica formula in grado di spiegare il tutto. Bravissimi, davvero da applausi (e da Oscar), i due attori protagonisti; sia Eddie Redmayne sia Felicity Jones che per me erano un "chiiii?" esclamato con tanto di sopracciglia a punto di domanda prima della visione del film. Sono gli anni '60 e sono anni affascinati, sia come atmosfera che come abiti. L'incontro fra Stephen Hawking e Jane Wilde è come un cuscino quando hai sonno e non sai dove appoggiare la testa. Il proseguo è zucchero puro, ma ben presto Hawking scopre la sua malattia. Una malattia che gli permetterà di trascorrere solo 2 anni di vita... In realtà saranno molti molti di più. 

La Teoria del Tutto in pillole:
- Voto: 8. Sono uscita dalla sala piangendo sommessamente, nascondendomi sotto kg di sciarpa. A quanto pare ero l'unica commossa e ciò mi ha resto un tantino incazzata verso il genere umano. La Teoria del Tutto mi ha lasciato un macigno in gola per almeno una manciata di ore successive dalla visione. Mi ha lasciato la voglia di leggere "Verso l'infinito" e di scoprire meglio, molto meglio, il mondo di Stephen Hawking. 

- Pro: Felicity Jones e Eddie Redmayne, due sconosciuti che hanno conquistato un pezzetto del mio cuore. Lei bellissima, adattissima per il ruolo, ha saputo dimostrare la sua forza, la sua volontà ma anche le debolezze di una vita dove sulle sue spalle pesa una famiglia "non normale". Eddie Redmayne ha fatto un lavoro su di sé strepitoso. Il modo in cui la malattia ha inciso sul suo corpo, sui movimenti, sulla distorsione dei muscoli. Magnifico. Altro aspetto che mi è piaciuto: il film non si crogiola su se stesso, non perde tempo, va veloce, e seppur le tematiche non siano sempre felici, il film, al termine, risulta comunque positivo.

- Contro: sembrerà una banalità ma... potevano invecchiare un po' di più Felicity Jones. Alla fine sono passati vent'anni e più (guardando i bambini che sono diventati adolescenti) e lei sembra ancora avere vent'anni, massimo trent'anni. Secondo me un trucco in grado di invecchiare di più i due protagonisti sarebbe stato doveroso. Probabilmente è un semplice dettaglio che però a me ha pesato molto, soprattutto durante la visione del film. Avrei preferito che i segni del tempo, così come la fatica e il dolore, pesassero di più sui due protagonisti. Altro aspetto che mi ha suscitato qualche perplessità... Nascono 3 figli, la relazione fra loro è inizialmente molto forte, poi non più, c'è l'inserimento di due personaggi importanti come Jonathan e Elaine eppure questi aspetti non sono approfonditi. Io, personalmente, avrei apprezzato anche magari una mezz'oretta in più nel minutaggio del film ma un approfondimento migliore di questi aspetti. Va bene che non era (solo) il film sulla vita privata e amorosa di Hawking ma quando si inseriscono dei personaggi chiave ho sempre la mania di sapere tutto, altrimenti mi mancano dei pezzi. E la mia mania di precisione non è del tutto soddisfatta. 

Detto questo, spero che La Teoria del Tutto faccia una scorpacciata di Oscar, se li merita tutti. 

Looking for Alaska - Cercando Alaska

Ho letto "Cercando Alaska" spinta da un 4 stelle su 5 di un'amica dai gusti affidabili e grazie ad una copertina bellissima. Sì, sono una di quelle che compra un libro (quasi) anche solo per una copertina di mio gusto.  Looking for Alaska è il primo romanzo di John Green, quello di Colpa delle Stelle tanto per capirci. E' un libro per ragazzi quindi ha uno stile adolescenziale ma nel senso buono, secondo me, del termine. 

Cercando Alaska è la storia di un primo amore, di una ragazza instabile ma estremamente affascinante. Non è un libro di cui si apprezza particolarmente una scrittura elevata, è tutto molto semplice ma allo stesso tempo efficace. Peccato per il proseguo di John Green, ma Cercando Alaska è un romanzo che certamente colpirà una fascia d'età ben precisa, quella degli adolescenti, ma sarà in grado di commuovere anche chi non è più tale, come la sottoscritta, ma che si ricorda ancora bene quei tempi. 

Cercando Alaska in pillole:
- Voto: 8 1/2. I personaggi di Cercando Alaska sono meravigliosi. Miles è adorabile nella sua insicurezza, è un ragazzo comune che si trova alle prese con una forza della natura quale è Alaska. Durante il libro si ama e si odia Alaska Young ma è lei la protagonista assoluta del libro. Altra menzione d'onore per il Colonnello, un amico che "serve". L'amico di cui tutti hanno bisogno. I personaggi di Cercando Alaska sono comuni, sono in mezzo a tutti noi, e per questo risultano essere il miglior pregio del libro.

- Pro: oltre ai personaggi, di cui mi sono già dilungata in doverose lodi, Cercando Alaska è un libro che si legge facilmente (ma non per questo è scritto in maniera banale). Particolare la scelta delle ultime parole famose che comunque rivestono un'importanza sostanziale all'interno della narrazione. Si legge bene, si legge veloce, si vuole arrivare alla fine il più presto possibile, spinti da una curiosità sempre ben vivace.

- Contro: John Green aveva un futuro enorme davanti e si è perso. Colpa delle stelle non lo voglio manco vedere per sbaglio (e neppure sentirlo nominare). Sono contenta che alla fine di tutti i presunti accordi di Cercando Alaska non si è fatto un film... E' un libro che tradotto in pellicola risulterebbe solo l'ennesimo successone per ragazzini. Si perderebbe l'affascinante visione con cui ognuno di noi immagina Alaska, immagina come Miles guarda Alaska, come il Colonnello prende le redini delle decisioni del gruppo, come Alaska, Miles, il Colonnello e gli altri personaggi passano le giornate intere insieme... Cercando Alaska è meraviglioso così. Non c'è bisogno di un film. L'altro contro, che poi in realtà non è neanche tale, è che comunque resta un libro adolescenziale e non si può smuovere da quel segmento. Ma se tutti i libri "per ragazzi" fossero così, ben venga. Ci vorrebbero più "Cercando Alaska".


giovedì 8 gennaio 2015

Ci sono cose che non possono essere descritte, non subito almeno. Non vanno raccontate perché sarebbe come sminuirle, sarebbe come soffocare le emozioni che suscitano a primo impatto. L'attesa, la gioia, quel colpo al cuore. Una di queste "cose" è la musica. Una di queste "cose" sono i Verdena. Ci sarà tempo per le recensioni, per metabolizzare il disco, per amarlo, criticarlo, ascoltarlo. Ci sarà spazio per tutto questo nei prossimi mesi. Ora però è solo il momento per dire bentornati, ci eravate mancati tantissimo. E se Endkadenz Vol.1 suona come "Un po' esageri", a me va benissimo questo assaggio.

Per chi si vuole saltare l'introduzione minuto 8.00 circa, anteprima di Un po' esageri.


 



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